Dalla Parola alla vita
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Amare con Tutto il cuore!
Oggi fanno a Gesù una domanda che sembra fatta apposta per noi: «Qual è il comandamento più grande?». Tra tante parole, tante regole e tante cose da fare, che cosa conta davvero? Gesù va dritto al cuore: amare Dio con tutto il nostro essere e amare il prossimo come noi stessi. I due comandamenti non si possono separare: l’amore di Dio diventa vero quando passa attraverso il volto del fratello.
Mi colpisce quella parola: tutto. Gesù non ci chiede di amare Dio soltanto quando abbiamo tempo o quando sentiamo qualcosa di speciale. Ci chiede di lasciarlo entrare in tutta la vita: nelle scelte, nelle relazioni, nelle ferite e nei sogni. Ma se Dio entra davvero nel cuore, allarga anche il nostro sguardo. Ci fa accorgere di chi ci vive accanto e spesso rimane invisibile.
L’amore, potremmo dire, ha due braccia: con una ci affidiamo a Dio, con l’altra accogliamo il fratello. Se ne manca una, l’abbraccio non riesce. Non possiamo dire: «Signore, ti amo», e poi passare oltre davanti a una persona sola, ferita o in difficoltà. E non possiamo amare davvero il fratello senza tornare alla sorgente dell’amore, che è Dio.
La prima lettura rende tutto molto concreto. Parla del forestiero, della vedova, dell’orfano, del povero: persone fragili, senza protezione e senza voce. Dio dice: «Io ascolterò il loro grido». Dio ha l’orecchio rivolto verso chi soffre. Se siamo suoi figli, anche noi siamo chiamati ad ascoltare quel grido. L’amore fraterno comincia proprio qui: fermarsi, vedere, ascoltare, non lasciare solo nessuno.
Il prossimo, infatti, non è un’idea: ha un nome e un volto. Può essere la persona che vive nella nostra casa e che ormai diamo per scontata; un anziano che aspetta una telefonata; un giovane che ha bisogno di essere ascoltato senza sentirsi giudicato; una famiglia in difficoltà; una persona arrivata da lontano. E, diciamolo con sincerità, può essere anche chi ci fa perdere la pazienza. Gesù non dice: amate soltanto quelli simpatici. Ci affida gli uni agli altri.
San Paolo ci ricorda che una comunità diventa esempio quando la Parola ricevuta prende carne nella vita. Il Vangelo passa certamente attraverso le parole, ma ancora di più attraverso persone che sanno servire, perdonare e condividere. Forse si dimenticano molte prediche; difficilmente si dimentica una mano tesa nel momento giusto. Una comunità cristiana è credibile non quando appare perfetta, ma quando diventa una casa in cui ciascuno è accolto e nessuno è abbandonato.
Ma da dove prendiamo la forza per amare così? Non basta dirci che dobbiamo essere più buoni. Il nostro cuore si stanca, si chiude, fa calcoli. Per questo il Signore non ci lascia soli davanti al comandamento dell’amore: ci invita alla sua mensa. Tra poco il pane e il vino diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo. Gesù si consegnerà a noi e ci dirà ancora: «Questo è il mio corpo, donato per voi». Nell’Eucaristia vediamo e riceviamo l’amore che si dona fino in fondo.
Fare la Comunione non significa soltanto ricevere Gesù dentro di noi. Significa lasciare che lui ci unisca a sé e, in lui, gli uni agli altri. Mangiamo un solo Pane per diventare un solo corpo, una comunità fraterna. All’altare portiamo il nostro cuore povero e diviso; Cristo lo nutre con il suo amore e lo rende capace di farsi pane per gli altri. Perciò la Messa continua fuori dalla chiesa: in una visita, in una telefonata, in un aiuto discreto, nel primo passo per fare pace, nel tempo dato senza guardare l’orologio. Chiediamo al Signore che la Comunione di oggi diventi comunione nella vita. E portiamo con noi una domanda semplice: quale fratello o quale sorella il Signore mi affida questa settimana? Se sapremo riconoscerlo e farci vicini, allora potremo dire davvero: «Ti amo, Signore, mia forza».